lunedì, giugno 05, 2006

maya e aztechi

I MAYA
masoero bombelli pau
Tante storie diverse
La civiltà maya si sviluppa in un arco di 3.000 anni di storia su un territorio vasto piú di 300.000 chilometri quadrati con condizioni climatiche e ambientali molto diverse tra loro – umide foreste tropicali, sierre aride, alte montagne e fasce costiere – che comprende la penisola messicana dello Yucatán, il Belize, il Guatemala, l’Honduras e il Salvador. La cronologia dei Maya si divide in Periodo Preclassico (dal 2000 a.C. al 250 d.C.), che vede l’assestamento di quella civiltà, in Periodo Classico (dal 250 al 900 d.C.) che ne segna l’apogeo, e in Periodo Postclassico (900-1450 d.C. circa), che mostra il declino e l’influenza di popoli stranieri. Nonostante l’apparente omogeneità culturale, le concezioni artistiche e architettoniche dei tanti ceppi Maya sono diversissime tra loro, essendosi sviluppate in regioni isolate le une dalle altre e in periodi storici differenti. L’arte e la scienza maya – considerate l’espressione culturale piú alta e sofisticata di tutte le civiltà della Mesoamerica – nascono inizialmente in luoghi diversi e soltanto nel Periodo Classico le conoscenze acquisite dai vari gruppi vengono combinate e utilizzate comunemente.

I primi insediamenti in epoca Preclassica iniziale si ubicano nelle foreste dello Yucatán, nel Belize e sugli altipiani della costa dell’Oceano Pacifico, ricevendo l’influenza degli Olmechi che si erano spinti in quelle terre lontanissime alla ricerca di materiali preziosi come ossidiana e giada. Tra il Preclassico medio e tardo nascono le prime città-stato con architetture monumentali come Becán, Uaxacutún, Dzibanché, Cobá e Edzná, che probabilmente ebbero contatti con la Cultura di Monte Albán e con gli Zapotechi, dai quali ereditano le prime nozioni sui calendari (poi perfezionati dai Maya stessi), il cerimoniale del sacro Gioco della Palla e i riti sacrificali. Nei quasi sette secoli del Periodo Classico, tra il 250 e il 900 d.C. circa, lo sviluppo urbano – insieme alla scienza, all’arte e alla tecnica – conosce il suo apogeo: vengono creati i grandi centri cerimoniali di Tikal, Copán, Palenque, Yaxchilán, Piedras Negras, Uxmal e decine di altre città minori, ognuna con sue peculiarità architettoniche e culturali, geograficamente separate da un’infinità di barriere naturali come fiumi, foreste e montagne, anche se legate da alleanze politiche, da un comune sistema di scrittura e dal culto.

Nel periodo iniziale sembra si possa leggere ancora una certa influenza della cultura di Teotihuacán, che aveva raggiunto terre molto lontane dal sito originario, ma, a partire dal VI secolo d.C., i Maya costituiscono una civiltà totalmente autoctona. Verso la fine del Periodo Classico nascono seri conflitti di potere tra le varie città-stato e alcuni gruppi maya cercano nuove alleanze, mentre altre abbandonano i tradizionali centri cultuali costruendone di nuovi, oppure rinnovano totalmente le vecchie strutture urbane. Tra questi centri troviamo Toniná, Tulum, Chichén Itzá – ormai nella sfera di influenza tolteca – e Mayapán, che sarà l’ultimo baluardo maya capace di resistere ai Conquistadores spagnoli che invadono lo Yucatán nel 1527.

Il mistero della scrittura
La società maya era regolata da una rigida gerarchia che vedeva al primo posto della scala sociale l’Ahau, il Signore e re, che aveva un potere divino simile a quello dei faraoni d’Egitto. Ai sovrani sono dedicate le immense piramidi, i monumenti e le stele che recano lunghe iscrizioni con il racconto della loro discendenza dinastica, delle loro imprese militari e degli atti di governo. La conoscenza della scrittura espressa in glifi era monopolio dei Maya, anche se la compilazione dei testi e la lettura erano riservate esclusivamente alla classe dominante e ai sacerdoti. La difficoltà maggiore che gli studiosi moderni incontrarono nel decifrare la scrittura maya consisteva nell’interpretazione dei glifi, poiché essi formano un complicato sistema misto in parte ideografico e in parte fonetico: per esempio il suono ta può avere piú significati – avvoltoio, fascio di bastoni o torcia – e quindi possiede un proprio glifo sillabico, ma diversi glifi ideografici. Il primo studioso che comprese questo sistema è stato l’epigrafista russo Yuri Knorosov negli anni Cinquanta, che pubblicò una grammatica base dei glifi maya.

Un’altra rivoluzione nello studio della scrittura maya venne condotta dagli epigrafisti Heinrich Berlin e Tatijana Proskouriakoff, i quali riuscirono a leggere le iscrizioni delle stele che raccontavano la storia del popolo maya: «Ora conosciamo gli antichi governanti e di molti non soltanto sappiamo i nomi, ma anche che faccia avevano, conosciamo le loro origini, le loro opere, quello che edificarono, contro chi combatterono o con chi si allearono e quali trucchi escogitarono per proteggere il loro diritto a governare» – scrive la storica messicana Maricela Ayala Falcón – «e alla fine hanno smesso di essere figure mitologiche senza nome per trasformarsi in esseri umani». Cosí le città maya sono diventate libri di pietra che ci permettono di conoscere la loro eredità spirituale, materiale e sociale.

Il libro sacro del Popol Vuh
Le origini, i miti e la storia della civiltà maya ci sono stati trasmessi inoltre da due libri, compilati e trascritti in epoca coloniale: uno è il Popol Vuh (letteralmente, “libro della comunità” o “del consiglio”) o, il testo sacro dei Maya Quiché del Guatemala che raccoglie la genesi, la mitologia e la storia antica per quanto riguarda le migrazioni e il contatto con le culture olmeca, tolteca e maya yucatena; l’altro è il Chilam Balam, una raccolta di cronache maya dello Yucatán in dodici quaderni che contiene testi di carattere religioso, cronologico e profetico.

Il nome Chilam Balam (“colui che è bocca”) era un titolo che veniva dato ai sacerdoti di Maní che interpretavano le volontà divine. I sacerdoti erano una casta privilegiata nell’universo maya e secondo la loro concezione religiosa il mondo era stato creato da entità sovrannaturali e poteva continuare a esistere grazie alle energie divine, alimentate però dalle azioni degli esseri umani. I sacerdoti erano esperti astronomi e per loro vennero eretti numerosi osservatori nei centri cerimoniali, costruiti secondo le leggi dei movimenti astrali. Per misurare il tempo i Maya utilizzavano tre sistemi calcolati sulle osservazioni delle ricorrenze cicliche degli equinozi, dei solstizi, delle eclissi, del passaggio zenitale del sole, della posizione degli astri e delle fasi lunari.

Un calendario di sorprendente precisione
Per poter stabilire i rapporti tra gli eventi astrali e gli avvenimenti terrestri i Maya avevano elaborato un Calendario Rituale (tzolkin) di 260 giorni, composto da cicli di 20 giorni rappresentati da glifi e da 13 cifre, e un Calendario Solare (haab) di 365 giorni – di sorprendente precisione matematica se confrontato con il calendario del mondo moderno – suddiviso in 18 mesi di 20 giorni ciascuno, piú un breve periodo di 5 giorni nefasti (uayeb), chiamati anche “giorni sospesi” o “perduti”. La combinazione di questi due calendari veniva incisa con glifi e segni numerici su una ruota calendaria. Inoltre i Maya utilizzavano il cosiddetto “Conto Lungo”: la base del sistema numerico era vigesimale con l’ausilio dello “zero” e per rappresentare le cifre venivano utilizzati dei pallini fino al numero 5, designato invece da una barra, mentre il 20 era raffigurato da un glifo a forma di conchiglia o di fiore stilizzato.

I periodi del “Conto Lungo” – che copriva un periodo di 5.125 anni, cioè l’intero ciclo della storia secondo i calcoli maya – erano sempre interpretati da glifi che raffiguravano l’intero anno solare (tun) che moltiplicato per venti componeva l’unità di un katun che, a sua volta moltiplicato per venti, raggiungeva l’unità di un baktun, cioè un ciclo di 400 anni. L’era maya era composta da 13 baktun e gli epigrafisti hanno potuto calcolare che – secondo il nostro calendario – i Maya avevano stabilito l’inizio della loro storia all’11 agosto del 3114 a.C. e che la fine del loro mondo sarebbe arrivata il 21 dicembre del 2012. Ma a porre termine prima del previsto a questa antica e grande civiltà ci pensarono i Conquistadores spagnoli che sbarcarono all’inizio del XVI secolo sulle coste dello Yucatán.

Le divinità e società
Le credenze religiose dei Maya sono complesse e includono una grande varietà di divinità legate alla natura, al cielo e al mondo sotterraneo. L’Universo maya è rappresentato dalla ceiba, l’Albero Cosmico: al di sopra dell’albero vi è il cielo simboleggiato da un uccello-serpente piumato che regola l’ordine della natura e del cosmo; la corona dell’albero segna il punto di contatto tra gli uomini e gli dèi; all’altezza del tronco si trova la Terra e tutto ciò che investe le vicende umane, mentre le radici affondano nell’Inframondo (xialba), abitato dai nove Signori della Notte. Ai quattro punti cardinali, designati ognuno da un colore (bianco per il nord, giallo per il sud, rosso per l’est e nero per l’ovest) è aggiunto un quinto punto, quello centrale, di colore verde o blu. Secondo il mito fu il dio supremo Hunak-Ku a creare l’universo, ponendo i suoi quattro figli – i Bacab – ai quattro angoli del mondo per sorreggerlo.
Per prepararsi alle cerimonie più importanti i Maya dovevano osservare il digiuno, l’astensione dei rapporti sessuali e la confessione dei peccati. Fra le cerimonie culturali avevano particolare importanza le funzioni sacrificali, che comportava l’offerta di sangue e perfino (sebbene raramente) di vite umane; in genere venivano utilizzate diverse specie di animali, soprattutto uccelli e cani, assieme a prodotti della terra (mais, frutta e fiori). Un dato che evidenzia largamente la grande presenza della religione nella cultura maya è la composizione della gerarchia sociale, al cui vertice era posta la casta sacerdotale ah kin (“il solare”), con a capo l’ahaucan (“principe dei serpenti”),. I sacerdoti di rango superiore si occupavano degli aspetti scientifici, dalla scrittura all’osservazione degli astri, dall’architettura sacra alle pratiche mediche. I sacerdoti di rango inferiore presiedevano invece ai sacrifici. Nelle sepolture Maya accompagnavano il cadavere alcuni oggetti che potevano essere più o meno ricchi a seconda della condizione sociale del defunto. Il corredo delle persone meno agiate era infatti differente e di minor valore; consisteva in oggetti di rozza fattura sia di ceramica che di pietra. Anche le sepolture cambiavano a differenza della classe sociale a cui apparteneva il defunto. La classe meno importante usava seppellire i morti in grandi cumuli artificiali poco elevati di terra battuta, in cui a volte venivano posti più di cinquanta individui. La classe più importante invece era deposta in cumuli di altezza superiori, che contenevano una sola persona. In alcuni luoghi veniva usata anche la cremazione, comunemente per i capi. Le ceneri venivano racchiuse in grandi incensieri in terracotta, oppure in appositi recipienti non decorati. Un corredo funebre molto ricco accompagnava i resti di una sciamano.
Una divinità in particolare è presente dappertutto nell’iconografia religiosa dei Maya ed è il dio Chaac, associato al mais, all’acqua, alla pioggia e all’energia vitale in genere. Chaac è una divinità antropomorfa nata tra i serpenti e i draghi e viene rappresentata come un essere mostruoso dotato di zanne, occhi spiraliformi e un naso ricurvo che somiglia a una proboscide, da cui il nome “il dio dal naso lungo”. Talvolta regge tra le mani una torcia, simbolo di siccità, oppure un’ascia, simbolo del fulmine, e per scongiurare le carestie al dio venivano offerti sacrifici di sangue. Le maschere inquietanti di Chaac si trovano scolpite dovunque e a grande profusione sui templi e sulle facciate dei palazzi, specie nei centri cerimoniali delle “terre calde”, nello Yucatán e nel Campeche, dove le piramidi e i palazzi dei sovrani maya emergono dalla foresta color smeraldo come gemme abbandonate dagli dèi.

Nel pozzo dei sacrifici
Come raggi di sole dalla Piramide di Kukulkán partono numerosi sacbéoob, tra cui la strada principale che conduce al Cenote Sacro, il grande pozzo dedicato ai sacrifici e alle offerte. I cenotes sono pozzi naturali alimentati da sorgenti sotterranee (l’antico nome era chen, per cui Chichén Itzá può essere tradotto con “sul ciglio del pozzo degli Itzá”) che oltre a essere preziosi serbatoi d’acqua, erano considerati luoghi sacri. Per onorare gli dèi della Pioggia e dell’Acqua nei pozzi venivano gettate offerte di ogni tipo, da statue di legno a gioielli di giada e oro, da animali a esseri umani destinati al sacrificio. Dagli inizi del Novecento molti cenotes sono stati esplorati e, sebbene siano stati rinvenuti diversi scheletri umani, le scoperte piú eclatanti riguardano le offerte votive di materiali preziosi: dal solo Cenote Sacro di Chichén Itzá sono riemersi piú di 4.000 reperti tra gioielli e idoli.

La leggenda di Quetzalcóatl-Kukulkán vuole che l’eroe fosse asceso al cielo trasformandosi in “Stella del Mattino”, cioè nel pianeta Venere.Nel Caracol, senza strumenti se non due assicelle di legno incrociate, i sacerdoti potevano seguire il cammino del sole e della luna, le costellazioni e studiare esattamente l’arrivo dei solstizi e degli equinozi.
La presenza dei Maya riappare chiaramente osservando le rovine della cosiddetta Chichén Vecchia con il vasto Complesso delle Monache – chiamato cosí per la sua struttura conventuale – risalente al Periodo Classico. Gli edifici annessi rappresentano anch’essi un monumentale omaggio al dio della Pioggia. Vi era anche un Tempio dedicato al dio supremo Itzámná, rappresentato in veste di uccello-serpente.

Uno dei luoghi piú impressionanti per spazialità e forza è il gigantesco Campo per il Gioco della Pelota: Guardando bersagli cosí alti viene spontaneo chiedersi come i giocatori potessero lanciare la pesante palla di caucciú fin lassú senza usare le mani, colpendola soltanto con i gomiti, le ginocchia e i fianchi. Poco oltre il Campo della Pelota i Toltechi costruirono la piattaforma dello Tzompantli, il “muro dei crani”, e quella della Casa delle Aquile dedicata ai corpi militari elitari.
Un gioco tra Sole e ombre
Il Gioco della Palla era noto fin dal tempo degli Olmechi ed era legato a un antico mito tramandato dal Popul Vuh che racconta la lotta tra le divinità terrestri e solari e i demoni dell’Inframondo. Il gioco era associato al culto del Sole che doveva rinascere ogni giorno abbandonando il mondo delle tenebre: il campo da gioco rappresentava la Terra, mentre la palla simboleggiava il Sole, per cui il giocatore che lasciava cadere la palla doveva essere sacrificato poiché aveva impedito al Sole di rinascere. Vi erano civiltà come gli Zapotechi e i Totonachi dove il Gioco della Pelota era diventato un’ossessione.
Nel Gioco della Pelota di Chichén Itzá si fronteggiavano due squadre formate da sette elementi ciascuna, le cui immagini compaiono sui rilievi che ornano la base dei muri.
La fine dei Maya
Chichén Itzá era una delle tre città governate da gruppi guerrieri giunti nello Yucatán da terre straniere, i quali avevano imposto il loro dominio nel territorio maya: gli Itzá si erano stabiliti a Chichén Itzá, gli Xiú a Uxmal e i Cocom a Mayapán. Le rivalità tra i tre regni si accentuarono nel XIII secolo e, secondo le cronache del Chilam Balam, la signoria di Mayapán riuscí a rovesciare la dinastia di Chichén Itzá, affermando cosí la propria supremazia sulla regione. Anche Mayapán venne costruita nel segno del “serpente piumato” Kukulkán e la disposizione degli edifici fa pensare a una Chichén Itzá di dimensioni minori: il centro cerimoniale comprende la Piramide di Kukulkán, il Tempio dei Guerrieri con sale colonnate, un Tempio del Pianeta Venere e un Caracol che serviva da osservatorio astronomico. Il potere dei governatori di Mayapán venne spezzato nella stessa maniera violenta con la quale era nato: nel 1441 i nobili della città, stanchi della tirannia Cocom, si allearono con il gruppo Xiú e uccisero l’ultimo sovrano insieme a tutta la sua famiglia. Da allora lo Yucatán rimase in preda alla guerra civile, durante la quale sedici piccoli regni si combatterono ferocemente.

Questo sarà lo scenario che i Conquistadores spagnoli troveranno al loro arrivo nello Yucatán nel 1527, ma le discordie dei singoli feudi non faciliteranno la conquista: gli Spagnoli sono costretti a battersi su piú fronti e soltanto alla fine del XVI secolo la regione può venire parzialmente assoggettata. Gli ultimi Maya resisteranno disperatamente ai nuovi padroni, alle loro leggi e alla nuova religione, il cristianesimo. L’Ordine dei Francescani cercherà di dominare la popolazione assumendo il ruolo insieme di predicatori, politici e giudici: nelle cronache sono ricordati i violenti metodi inquisitori dei frati, che suscitano grande scompiglio tra gli Indios, tanto che molti preferiscono suicidarsi piuttosto che vivere nel terrore. Rimane celebre l’autodafé del vescovo Diego de Landa, personaggio ambiguo che, pur lasciando una preziosa documentazione sulle tradizioni maya, era un implacabile persecutore dei “pagani”: nella pubblica piazza di Maní – la città porta il nome profetico di “è tutto finito” ed era stata l’ultima sede dei Maya Xiú – fece bruciare sul rogo tutti gli antichi codici maya, distruggendo un tesoro inestimabile, abbatté gli idoli e fece giustiziare gran parte della popolazione. Fu questa la fine morale della cultura maya, anche se per secoli sono continuate a esistere sacche di resistenza nella giungla del Quintana Roo e del Chiapas, che vennero però spezzate definitivamente alla fine dell’Ottocento dalle prime truppe federali del Messico.
La bellezza
I canoni della bellezza Maya decretavano cranio allungato, naso largo e aquilino, occhi a mandorla, labbro inferiore cascante, mento un po' arretrato. Appena nati, i bambini venivano sottoposti a un trattamento di appiattimento e compressione del cranio mediante tiranti in cuoio, con fini estetici ma anche pratici: la parte alta del cranio, così allungata, offriva un perfetto sostegno per le reti da trasporto. Ai bambini veniva indotto lo strabismo segno di distinzione sociale, mediante palline sospese davanti agli occhi. I lobi delle orecchie erano perforati e deformati per inserire dischi o sostenere enormi pendenti. Tra i Maya c'era quindi una notevole uniformità fisica; i Maya di sangue puro avevano i capelli neri, dritti o, lievemente ondulati e gli occhi scuri.
Fonti:
wikipedia
sapere.it
skuola.it


Azteca o Mexica (Vedere anche il Calendario Azteca), furono un popolo che dominò il centro e sud dell'Messico dal secolo XIV fino il secolo XVI. Famosi per aver stabilito un vasto impero altamente organizzato, vennero distrutti dagli spagnoli e i loro alleati, i tlaxteca. Alcune versioni segnalano che il nome azteca deriva dal luogo mitico, situato possibilmente a nord dall'attuale città del Messico, chiamato Aztlán; più tardi si autodenominarono mexica.
«Vissero per due secoli, ma furono spazzati via in due anni con l'arrivo dei conquistatori spagnoli. Erano considerati un popolo sanguinario per i sacrifici umani nelle cruente cerimonie religiose in onore degli dei, in cui "strappavano i cuori dopo aver aperto i petti dai corpi di uomini ancora vivi", per citare Hernán Cortés. Ma erano anche un popolo di poeti e di artisti, ebbero una conoscenza profonda di tutti gli aspetti del mondo naturale che seppero rappresentare con uno stile figurativo di grande intensitá espressiva, dando pari dignità al coniglio come alla pulce, all'aquila come al coyote, al cane come al serpente, alla zucca come al cactus, in quanto tutte forme del divino. Erano un popolo guerriero che assoggettò con la forza militare le altre tribù indigene, ma furono gli artefici anche di un capolavoro di ingegneria architettonica come il Tempio Maggiore, centro dell'universo azteca, il punto in cui si incontravano le varie forze della concezione cosmologica.» (Laura Larcan)
ORIGINI. Dopo la caduta della civilizzazione tolteca, che fiorì principalmente a Tula fra i secoli X e XI, ondate di immigrazioni inondarono l'altipiano centrale del Messico, intorno al lago Texcoco. Data la loro tarda apparizione, gli aztechi-mexica furono obbligati ad occupare la zona pantanosa situata ad ovest dal lago.
Erano circondati da potenti nemici che gli esigevano tributo e le uniche terre secche che occupavano erano gli isolotti del lago Texcoco, circondati da pantani. Il fatto che, da una posizione così svantaggiosa, gli azteca furono capaci di consolidare un poderoso impero in solo due secoli, è dovuto in parte a la loro credenza in una leggenda secondo la quale fonderebbero una grande civilizzazione in una zona pantanosa dove vedessero un nopal (cactus) su una roccia e sopra un'aquila divorando un serpente. I sacerdoti affermarono aver visto tutto ciò al loro arrivo in questa zona; come riflesso e continuità di questa tradizione, oggi quell'immagine rappresenta il simbolo ufficiale del Messico che appare tra l'altro, sulle banconote e monete messicane.
Con l'aumento della popolazione, gli aztechi stabilirono organizzazioni sociali e militari superiori. Nel 1335 fondarono la città di Tenochtitlán, proprio dove oggi si trova l'attuale capitale, città del Messico. Gli aztechi fecero diventare il lago, in quella parte poco profondo, in chinampas (giardini molto fertili, costruiti su strutture di tronchi annodati con corde da ixtle che sostenevano sabbia, ghiaia e terra vegetale, a modo di isole artificiali, coltivando verdure, fiori e allevando uccelli domestici). Poi fecero vie e ponti collegando la città con la terraferma; costruirono acquedotti ed scavarono canali per tutta la città per il trasporto di merce e persone. Le costruzioni religiose - gigantesche piramide a gradinate ricoperte di pietra calcarea ed stucco di vivi colori, sulle quali si costruivano i tempi - dominavano il paesaggio.
La città progredì come risultato della sua ubicazione e alto grado di organizzazione. Nell'epoca in cui gli spagnoli iniziarono la conquista nel 1519, il grande mercato di Tlatelolco attraeva circa 60.000 persone/giorno. Le merce arrivavano agli azteca grazie agli accordi sui tributi stabiliti con i territori conquistati. Molte di questa merce si esportavano ad altre zone del Impero Azteca e del Mesoamerica.
LA CONFEDERAZIONE AZTECA.
Gli aztechi-mexica stabilirono alleanze militari con altri gruppi riuscendo a creare un impero che si estendeva dal Messico centrale fino l'attuale confine con Guatemala. Agli inizi del secolo XV Tenochtitlán governava congiuntamente con le città-stato di Texcoco e Tlacopan (più tardi Macuba ed adesso parte di Città del Messico) sotto la denominazione della Triple Alleanza. In un periodo di 100 anni gli azteca riuscirono ad avere il potere totale e, anche se le altre città-stato continuarono chiamandosi regni, erano in realtà solo titoli onorifici.
Con Moctezuma I (1440-1469) la guerra si estese verso sud; suo figlio Axayacatl avanzò vittoriosamente fino a Oaxaca. Dopo Axayacatl (1469-1481) e Tizoc (1481-1486), nel 1486 salì al trono Ahuitzotl che estese i suoi domini fino al Guatemala.
Alla fine del regno di Moctezuma II (figlio di Ahuitzotl), nel 1520, si erano stabilite 38 province tributarie; nonostante, alcuni popoli della periferia lottavano accanitamente pur di mantenere la loro indipendenza. Queste divisione e conflitti interni agevolarono la sconfitta del Impero Azteca da parte degli spagnoli alleati appunto con questi popoli. Inoltre Moctezuma accolse Cortés ei suoi pacificamente e gli diede i migliori palazzi cosa che facilitò la caduta della città. È possibile che la interpretazione degli antichi presagi sul ritorno del dio Quetzalcóatl, fece confonderlo con Cortés, sebbene l'imperatore, colmando gli spagnoli di regali, era più interessato alla loro ritirata. Gli spagnoli catturarono Moctezuma II, che morì in prigionia, mentre il fratello e il nipote del re, Cuitlahúac e Cuauhtémoc (Guatimozino), tentarono inutilmente di organizzare un'estrema resistenza e venirono impiccati nel 1525.
LA SOCIETÀ E LA RELIGIONE. L'imperatore azteca possedeva un potere illimitato, che comprendeva tutte le cose e tutte le persone. La società era divisa in tre classi: schiavi, popolo e nobili. La condizione del schiavo era simile a un servente contrattato. Sebbene i figli dei poveri potevano essere venduti come schiavi, la vendita era a termine. Gli schiavi potevano comprare la loro libertà e quelli che riuscivano a fuggire dai loro padroni ed arrivare fino il palazzo regale senza essere pressi ottenevano immediatamente la libertà. Al popolo o macehualtin veniva concessa la proprietà a vita di un terreno nel quale costruivano le loro case. Nonostante, agli strati più bassi della popolazione (tlalmaitl) non era permesso avere proprietà diventando contadini affittando i terreni. La nobiltà era composta dai nobili da nascita, i sacerdoti e quelli che si erano guadagnati il diritto ad esserlo (specialmente i guerrieri).
Nella religione c'erano numerosi dei. Fra loro, Huitzilopochtli (il dio sole), Coyolxahuqui (la dea luna che, secondo la mitologia azteca, era assassinata dal suo fratello, il dio sole), Tláloc (divinità della pioggia) y Quezalcóatl (inventore della scrittura e del calendario, associato con il pianeta Venere e con la risurrezione).
I sacrifici umani e di animali erano parte integrante della religione azteca. Per i guerrieri il massimo onere era cadere in battaglia e offrirsi come volontari per il sacrificio nelle cerimonie importanti. Le donde che morivano durante il parto compartivano l'onore dei guerrieri. Si facevano anche delle guerre chiamate fiorite allo scopo di fare prigionieri da sacrificare. Il senso del dono di sangue umana (e in minor misura di animali) era quello di alimentare le divinità del sole assicurandosi così la sua apparizione ogni giorno e con lui la permanenza della vita umana, animale e vegetale sulla terra.
SCRITTURA. Gli azteca utilizzarono la scrittura pittografica incisa su carta o pelle di animali. Alcuni di questi scritti, chiamati codici, sono ancora conservati. Il più famoso,il codice borbónico, anteriore all'arrivo degli spagnoli, è un libro calendario da due parti, la prima il libro dei destini (tonalamalt e la seconda il libro alla festa dei mesi (xiuhpohualli). Gli aztechi, e forse, i teotihuacani, mille anni prima, parlavano una lingua chiamata náhuatl. Utilizzavano anche un sistema di calendario sviluppato dai maya, con 365 giorni divisi in 18 mesi da 20 giorni, ai quali venivano aggiunti 5 giorni vuoti di cui si credeva erano funesti e portavano sfortuna. Utilizzavano pure un calendario da 260 giorni (20 mesi da 13 giorni) allo scopo di indovinare l'avvenire.
L'EDUCAZIONE. L'educazione era molto rigida e si dava dai primi anni. Alle donne si incoraggiava la discrezione e il pudore nei suoi modi e nel vestire, le si insegnava tutti i lavori domestici, i quali, oltre la macinazione e la preparazione degli alimenti, consisteva in cardare il cotone, filare, lavorare a maglia e confezionare i vestiti della famiglia.
Agli uomini veniva inculcata la vocazione guerriera. Fin da piccoli erano formati per essere forti, tali di essere bagnati con acqua fredda, coperti con vestiti leggeri e dormivano sul pavimento. Come agli ateniesi della Grecia classica, si procurava fortificare il carattere dei bambini con punizioni severe e il fomento dei valori primordiali come amore alla verità la giustizia e il dovere, rispetto versi i genitori e gli anziani, rifiuto alla bugia ed il libertinaggio, misericordia con i poveri e handicappati. I giovani, tra altre discipline, imparavano musica, balli e canti, religione, matematica, l'interpretazione dei codici, arti marziali, scrittura e conoscenza del calendario.
Solo c'erano permessi due forme di rapporti sessuali : nel matrimonio e quelli dei guerrieri scapoli con sacerdotesse dedicate alla prostituzione rituale: protette dalla dea Xochiquètzal, solevano ornarsi e truccarsi e proporzionavano agli uomini allucinogeni e afrodisiaci che stimolassero l'appetito sessuale. I rapporti sessuali si facevano prima che i guerrieri partissero per la guerra. Nonostante, l'adulterio era severamente punito.
SCIENZE. L'astronomia era una delle scienze con più tradizione per gli aztechi; grazie alle loro osservazioni determinarono con grande precisione le rivoluzioni del sole, la luna, Venere e, forse, Marte; raggrupparono le stelle in costellazioni (non coincidono con le nostre); conobbero l'esistenza delle comete; la frequenza degli eclissi del sole e della luna, creando così un complesso calendario. L'osservazione del cielo gli permesse sviluppare conoscenze di meteorologia e predire così gelate o stabilire le caratteristiche dei venti dominanti.
La medicina ebbe pure un grande sviluppo. Con la loro conoscenza della natura distinsero le propietà curative dei diversi minerali e delle piante. I sacrifici umani religiosi (che includevano l'estrazione del cuore e lo smembramento del corpo) favorirono una buona conoscenza del corpo umano. Sapevano curare fratture, morsi da serpenti. Possibilmente ci furono "odontoiatri" incaricati di fare deformazioni dentali.
Sebbene la medicina era praticata da uomini e donne, sembra che solo le donne potevano incaricarsi dei parti. La medicina era molto legata alla magia, ma il fatto che non si attribuisse la causa scientificamente corretta ad ogni malattia non significò che non si applicasse il conveniente rimedio.
L'ARTE. Gli aztechi furono abili scultori e facevano sculture di tutte le misure, piccole o colossali, plasmando in esse temi religiosi o dalla natura. Captavano l'essenza di quello che volevano rappresentare, realizzando di seguito le loro opere con ogni tipo di dettaglio. Le sculture grandi, di solito rappresentavano dei e re. Le piccole si riservavano per la rappresentazione degli animali e oggetti comuni. Si utilizzò la pietra e il legno che in occasioni venivano arricchite con vernici di colori o incrostazioni di pietre preziose.
Nella pittura azteca il colore è fondamentale. Si tratta di colori piani, senza sfumature, né ombre e, possibilmente, con connotati simbolici. Appare legata all'architettura decorando gli edifici.
Grazie alla loro conoscenza della fisica, gli orefici usarono varie tecniche nel lavoro (la cera perduta, ad esempio), fondere oro con l'argento, ecc.. Elaboravano ogni tipo di figure e ornamenti, bracciali, collane, pettorali, orecchini, ecc.. Frequentemente il metallo si combinava con pietre preziose (turchese, ametista, giade, cristallo da roccia) o con conchiglie

 

 

1 Comments:

At 5/6/06 22:03, Blogger ceci said...

approfondimento di cecilia e federica
I militari prendono il potere
Tratto da Giovanni Miglioli (a cura di), Desaparecidos. La sentenza italiana contro i militari argentini, Roma, Manifestolibri, 2001.
Il 24 marzo 1976 i militari, con il consenso o quanto meno con l’indifferenza della popolazione argentina, promossero l’ennesimo colpo di stato e presero il potere. Isabelita venne imprigionata e ancora una volta vennero sciolti il Parlamento e la Corte suprema di giustizia. Della Giunta militare facevano parte i comandanti delle tre Forze Armate; quello dell’Esercito, Jorge Videla, venne nominato presidente.

Il colpo di stato del 24 marzo 1976 venne programmato con largo anticipo e venne preceduto da una accuratissima operazione di disinformazione, intesa a diffondere nell’opinione pubblica (sia argentina che internazionale) la convinzione dell’assoluta necessità di ristabilire l’ordine e di sconfiggere il terrorismo. Si volle soprattutto evitare di ripetere gli errori commessi da Pinochet in Cile, dove i militari nella loro arroganza fecero spettacolo della violenza e della ferocia con cui si reprimeva il popolo. Non ci furono a Buenos Aires gli stadi pieni di detenuti, non ci fu il bombardamento del palazzo presidenziale, così tragicamente evidenziato dalla morte del presidente eletto dal popolo, come a Santiago; non ci furono carri armati per le strade; la città sembrava normale, le operazioni si facevano con camion e macchine senza targa, di notte, con uomini in borghese. Nacque così l’idea strategicamente brillante dei desaparecidos, cioè quella di far scomparire nel nulla le persone prelevate; il che da una parte paralizzava la famiglia, che continuava a sperare che la persona ritornasse e non voleva renderne piu difficile la situazione, ma dall’altra toglieva ogni evidenza iconografica all’informazione, ai ‘media’; la mancanza di immagini metteva in dubbio l’esistenza stessa della repressione.
Il 24 marzo 1976 il potere passò ai militari senza nessun incidente. Vennero sospese le attività dei partiti politici e dei sindacati, ma si fece sapere che queste erano misure transitorie e che la Giunta militare aveva come obiettivo il rafforzamento della struttura democratica del Paese. Gli argentini avrebbero dovuto abituarsi a questo paradosso. Debole, quasi formale, comunque attendista, fu la reazione internazionale.

Videla era fautore della linea ’’moderata’’, che voleva salvare la patria dal pericolo marxista e ristabilire l’ordine, senza usare i metodi cileni ostentatamente e pubblicamente violenti, ma agendo segretamente e cercando di guadagnare un certo consenso popolare. La Triplice A fu attiva fino al giorno del colpo di stato, dopodiché non apparve più pubblicamente e i suoi membri entrarono a far parte dei gruppi clandestini della dittatura.

All’interno delle singole unità delle Forze Armate e della sicurezza vennero organizzati campi di concentramento, dove venivano portate le persone sequestrate, sottoposte a torture e nella maggior parte dei casi eliminate. La conduzione delle operazioni, nell’ambito della cosiddetta "guerra sporca" (guerra sucia), venne affidata all’Esercito e venne anche stabilita la ripartizione delle giurisdizioni tra le diverse Forze; le vecchie gelosie esistenti tra di esse causarono però vari sconfinamenti, soprattutto da parte della Marina, al cui comando vi era l’ammiraglio Emilio Massera, che aveva ambizioni politiche e aspirava ad ereditare la "leadership" del peronismo.

La Giunta militare volle eliminare tutti i suoi nemici senza che si diffondesse la coscienza di tale annientamento. Fu inventata una strategia rivoluzionaria: niente arresti di massa, niente carceri, niente fucilazioni né assassini clamorosi come quelli della Triplice A. Gli oppositori sarebbero stati sequestrati da gruppi non identificati, caricati su vetture senza targa e fatti scomparire. Ebbe così inizio, lentamente, il più grande genocidio della storia argentina. I sequestri furono sempre più frequenti e si ripetevano sempre secondo le stesse modalità. Non erano gruppi incontrollati dell’estrema destra, come voleva far credere la Giunta, ma vi era una struttura centrale che li coordinava. Le operazioni venivano compiute nei posti di lavoro delle persone segnalate o per strada in pieno giorno, mediante un piano che richiedeva la "zona franca" da parte delle forze di Polizia. Le loro volanti che, specialmente dopo il colpo di stato erano presenti un po’ dappertutto, stranamente non videro mai niente, anche se i sequestri si consumavano a poca distanza dal commissariato. Ma la stragrande maggioranza dei sequestri avveniva di notte in casa delle vittime. Il commando occupava la zona circostante ed entrava nelle case facendo uso della forza. Terrorizzava e imbavagliava perfino i bambini obbligandoli a essere presenti. La vittima veniva catturata, brutalmente colpita e incappucciata, poi trascinata fino alle macchine che aspettavano mentre il resto del gruppo rubava tutto quello che poteva (in alcuni casi arrivavano perfino dei camion) o distruggeva quello che non poteva portarsi via, picchiando e minacciando il resto della famiglia. Anche nei casi in cui i vicini o i parenti riuscivano a dare l’allarme, la Polizia non arrivava mai. Si incominciò così a capire l’inutilità di sporgere denuncia. La maggioranza della popolazione era terrorizzata e non era nemmeno facile trovare testimoni. Nessuno aveva visto nulla. In questo modo migliaia e migliaia di persone diedero forma a una fantasmatica categoria, quella dei desaparecidos. Nessun interrogativo trovò una risposta: la Polizia non aveva visto nulla, il Governo faceva finta di non capire di che cosa si stesse parlando, la Chiesa non si pronunciava, gli elenchi delle carceri non registravano le loro detenzioni, i magistrati non intervenivano. Intorno ai desaparecidos si era alzato un muro di silenzio. Con i diritti avevano perso anche l’esistenza civile. Dal momento in cui avveniva il sequestro la persona restava totalmente isolata dal mondo esterno. Depositata in uno dei numerosi campi di concentramento o in luoghi intermedi di detenzione dove veniva sottoposta a torture infernali, e lasciata all’oscuro della propria sorte. Alcuni venivano perfino abbandonati dalla famiglia, che sotto la pressione di continue minacce, ricatti e richieste di denaro, viveva nel terrore di rappresaglie e qualche volta fiduciosa che il silenzio, richiesto dai militari, fosse il miglior modo per ottenere qualche informazione.
Nei centri clandestini di detenzione veniva sistematicamente applicata la tortura. Le "sessioni" erano sorvegliate da un medico che controllava i limiti di tolleranza della vittima e determinava il proseguimento o la momentanea sospensione della tortura se la vittima non era in grado di reggerla. La valutazione preventiva per capire se la persona da sequestrare o sequestrata avesse qualcosa da dire d’interessante per i sequestratori era pressoché inesistente. Questo metodo indiscriminato portò al sequestro e alla tortura degli oppositori ma anche dei loro familiari, amici, colleghi di lavoro e di un numero rilevante di persone senza alcun tipo di pratica politica o sindacale. Bastava molto poco per essere considerato sospetto. Il prigioniero poteva morire sotto tortura, essere fucilato o gettato in mezzo all’oceano. Il suo cadavere sarebbe stato forse sepolto nelle tombe comuni di cimiteri clandestini, cremato o buttato in fondo al mare con un blocco di cemento ai piedi. Anche se la dittatura militare aveva modificato il codice penale introducendo la pena capitale, ufficialmente non ci fu nessuna condanna a morte. Nonostante le migliaia di vittime, non fu eseguita in nessun caso una sentenza giudiziaria né civile né militare. Non fu quindi rispettata nemmeno questa precaria legalità che lo stesso regime aveva stabilito. Passavano così i giorni, i mesi gli anni, senza avere mai nessuna notizia, trovando sempre risposte negative. Nessuno pareva sapere niente di loro. Erano scomparsi".

Nel 1981 vi fu un rapido avvicendamento di presidenti militari: a marzo il generale Roberto Viola subentrò a Videla e a dicembre il generale Leopoldo Galtieri prese il posto di Viola.

Nel 1982 la Giunta militare occupò le isole Malvine (Falkland), Georgia e Sandwich del Sud, che erano possedimenti inglesi sin dai primi decenni del secolo precedente. Per rientrarne in possesso, il Governo inglese di Margaret Thatcher inviò una poderosa flotta, dotata anche di sommergibili atomici; non potendo reggere il confronto, la flotta argentina venne subito ritirata e le truppe si arresero dopo pochi giorni di battaglia. Questo insuccesso causò la fine della dittatura militare; Galtieri venne deposto e si decise di indire le elezioni.

Nel settembre del 1983, peraltro, la Giunta proclamò un’autoamnistia per tutti i militari accusati di aver violato i diritti umani. Nell’ottobre dello stesso anno Raul Alfonsín, il capo del partito radicale, vinse le elezioni con il 52% dei voti. Il nuovo Parlamento, come primo provvedimento, dichiarò nullo il decreto di amnistia.

Con decreto del 15 dicembre 1983 Alfonsín nominò la Commissione Nazionale sulla Scomparsa di Persone (Conadep), allo scopo di far luce sulla violazione dei diritti umani e sulle scomparse di persone avvenute nel Paese, chiamandovi a far parte personaggi illustri, scelti per il loro fermo atteggiamento nella difesa dei diritti umani e per la loro rappresentatività dei vari settori delle attività sociali (personalità del mondo della cultura, giornalisti, religiosi); presidente di tale Commissione venne eletto lo scrittore Ernesto Sábato. Nel settembre del 1984 Sábato consegnò al capo dello Stato la relazione finale, dando la prova che i diritti umani erano stati calpestati in modo organico ad opera delle istituzioni, certificando circa novemila casi di desaparecidos e ipotizzandone una cifra reale molto più elevata.

Il Governo ordinò al Consiglio superiore delle Forze Armate di disporre il rinvio a giudizio dei membri delle Giunte militari, stabilendo che la Corte federale avrebbe potuto avocare il processo, qualora il rinvio a giudizio non fosse stato disposto entro sei mesi; l’ordine non venne però eseguito, in quanto l’organo di giustizia militare non si mostrò disponibile a processare i propri pari.

Il processo venne allora svolto davanti alla magistratura ordinaria e il 9 dicembre 1985 la Corte federale condannò Videla e Massera alla pena dell’ergastolo e applicò la pena della reclusione per 17 anni a Viola, per 8 anni all’ammiraglio Armando Lambruschini e per 4 anni e 6 mesi al brigadiere Ramón Agosti. L’anno successivo la Corte federale confermò queste condanne, riducendo la pena di Viola a 16 anni e quella di Agosti a 3 anni e 9 mesi. La stessa Corte condannò poi rispettivamente a 25 e 14 anni di reclusione gli ex capi della polizia di Buenos Aires, il colonnello Ramón Camps e il generale Pablo Ovidio Riccheri, a 23 anni l’ex vicecapo, il commissario Miguel Osvaldo Etchecolatz, a 6 anni il medico Jorge Borgés e a 4 anni il caporale Norberto Cozzani.

Nel dicembre del 1986 Alfonsín, temendo ripercussioni negative negli ambienti militari, ottenne dal Parlamento l’approvazione della legge del "Punto finale", con la quale venne concesso alla magistratura ordinaria il ristretto termine di 60 giorni (decorrenti dalla pubblicazione della legge) per decidere l’apertura di processi contro coloro che erano stati implicati nella violazione di diritti umani; dopo tale termine vi sarebbe stata l’estinzione dell’azione penale. Alla scadenza dei 60 giorni i magistrati riuscirono a rinviare a giudizio un numero di persone (quasi 400) nettamente superiore a quello che poteva immaginarsi. Ciò provocò la reazione dei militari e nell’aprile del 1987 vi fu una sommossa, con occupazione della Scuola di fanteria, la più importante guarnigione militare dell’Argentina. Il presidente Alfonsín riuscì a risolvere la situazione, scegliendo la strada del compromesso e ottenendo dal Parlamento, nel luglio del 1987, l’approvazione della legge della "Obbedienza dovuta", con la quale vennero esentati da colpevolezza coloro che avevano agito eseguendo un ordine superiore. Vennero così lasciati impuniti i quadri intermedi e cioè quei capi o quegli ufficiali che non erano stati comandanti delle Forze Armate o di zone o di sottozone né capi della polizia, in quanto si presumeva che non avessero avuto potere decisionale.

A maggio del 1989 venne eletto presidente Carlos Menem, il quale completò l’opera di "pacificazione", sancendo l’indulto per 216 militari, oltre che per 64 presunti sovversivi. Il 28 dicembre 1990 l’indulto venne concesso anche a Videla e Massera, che poterono così tornare in libertà, dopo aver scontato cinque anni di detenzione in una villa di proprietà dell’Esercito, dove potevano ricevere amici, praticare sport e usufruire della libera uscita durante i fine settimana. Dell’indulto beneficiarono non soltanto coloro che erano già stati condannati (il che sarebbe stato normale, poiché in Argentina, come in Italia, ad un provvedimento del genere consegue l’estinzione della pena e non del reato), ma anche coloro che erano stati posti sotto processo ma non ancora giudicati; e tra questi i generali Carlos Guillermo Suarez Mason e Santiago Omar Riveros, comandanti di zone militari.

 

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