martedì, febbraio 06, 2007

Achtung!

Forse risulterò monotono... Forse non trasmetterò nel miglior modo le mie emozioni... Ma ci proverò comunque... Ho letto Maus di Art Spiegelman. Dico subito che è una lettura particolare, che può risultare pesante (per i contenuti molto profondi), e che può piacere e non. E' un fumetto, graffiante: colpisce molto l'animo del lettore, e risulta essere, tra quelle testimonianze scritte che raccontano il raccapriccio della Seconda Guerra Mondiale, una delle più originali. La storia è la medesima (non voglio sminuirla, ma tutti conosciamo già quest'orrore), quella tristezza dell'Olocausto vissuto da milioni di persone, visto dagli occhi di Vladek Spiegelman, padre reale di Art ed ebreo che ora vive in America. Durante gli anni di terrore perde tutta la famiglia: rimane solo la moglie con lui, da cui nasce proprio l'autore del fumetto. Quando dicevo che questo fumetto è graffiante non parlavo a vanvera: il disegno, oltre a rappresentare le varie "razze" (termine orribile, ma che ci fa capire veramente la sfortuna, o la fortuna, di essere per esempio ebreo che polacco in quel periodo) con animali diversi, ha dei contorni nella maggior parte dei casi (se non sempre) spessi, spigolosi, grezzi come se fatti con una matita spuntata, e ciò mette il lettore a disagio; i colori, anche se è in bianco e nero (i colori si intuiscono sempre), sono fortemente cupi e angosciosi, opprimono chi legge. Ciò che Maus cela a prima vista sotto una forma che sembra così infantile (gli animali, sempre a prima vista, sembranno davvero fatti per una rivista per bambini) rivelano ben presto una sconvolgente psicologia umana: tutto Maus è una caricatura della mente umana, e ciò spaventa, perché tutto è pesantemente realistico. L'intera storia è raccontata dal padre Vladek ad Artie, ed è quindi un lungo flash back che si interrompe di tanto in tanto riportandoci ai giorni nostri; in queste vignette Art prende scrupolosamente appunti ascoltando il padre, appunti con cui scrive il fumetto che ora si trova nelle nostre mani; ed in questi momenti si trae un respiro di sollievo, perché il nostro cuore distoglie lo sguardo dagli orrori della guerra, ma inesorabilmente ne trova altri, problemi della nostra civiltà moderna. L'intera narrazione è costellata da moltissimi messaggi: un crocevia a forma di svastica in un momento in cui i personaggi non hanno un posto dove nascondersi (il nazismo era ovunque); un fumetto nel fumetto in cui viene raccontato il suicidio della madre dell'autore, dopo la guerra (in queste pagine a mio parere si raggiunge l'angoscia allo stato cronico); in alcune pagine Art è una persona (il corpo è umano, non antropomorfo come nelle altre pagine), ma il volto è nascosto da una maschera da topo, e va da uno psicologo perché è depresso per le colpe di una guerra che non ha vissuto (poi si riallaccia al racconto del padre, ascoltando il nastro che ha registrato durante i suoi incontri con Vladek); così si potrebbe continuare parecchio, tanti sono gli input inseriti qua e là. La depressione di Art dimostra quanto dobbiamo tenere a mente certi avvenimenti; lo stesso Vladek, reduce di tali orrori, non si fa scrupoli nel discriminare i neri verso la fine del libro. Ed è questo il punto... Ormai purtroppo la Guerra, l'Olocausto sono accaduti: il nostro dovere è ricordare (non solo con il Giorno della memoria, ma sempre), ma ciò più importante, è che sul ricordo noi dobbiamo costruire il futuro. E tali orrrori devono scomparire.